Millennial Math
Oggi vorrei rendervi partecipi di una polemica mia del tutto personale, principalmente contro me stessa, che in quanto tale interesserebbe…
Millennial Math
Oggi vorrei rendervi partecipi di una polemica mia del tutto personale, principalmente contro me stessa, che in quanto tale interesserebbe me e soltanto me e che quindi — di questi tempi — rientrerebbe in tutto quel materiale che i più venali considerano buono per Substack.
Non avendo però la presunzione di credere che il mondo voglia sapere nulla delle mie paturnie personali, né che esista gente così sfaccendata da leggere queste invettive su Substack, il buonsenso mi imporrebbe di fermarmi qui. Tuttavia non sono mai stata una fan del buonsenso, e non ho neanche un senso del business sufficiente a monetizzare sui miei disagi, quindi mi lamenterò ugualmente, però qui.
Dal momento che fuori ci sono temperature simili a quelle a cui imposto la lavatrice per il ciclo dei cotoni, e ritengo ormai del tutto improbabile il ritorno a un clima anche solo vagamente accettabile prima di Halloween, ho deciso di scendere a patti con il cambio armadio; e soprattutto con il fatto che metà del mio guardaroba — giacche, camicie, soprabiti e tutte quelle varianti di abbigliamento appartenenti all’ormai mitologica “mezza stagione” — sia rimasta sostanzialmente inutilizzata.
Ora, io — pur essendo sua omonima — non sono certo la Ferragni; appellativo con cui invece chiamavo simpaticamente il mio ex, i cui vestiti occupavano tre quarti dello stesso armadio di oggi e che poi — dal giorno alla notte — si sono smaterializzati insieme a lui. Però, dicevo: io non sono la Ferragni eppure questo armadio a quattro ante è pieno di roba. Non perché io sia ossessionata dalla moda (per quanto l’unico altro contributo che abbia mai scritto qui sia dedicato allo stesso argomento), ma perché ho, più banalmente, un rapporto compromesso con le cose.
Non sono Mazzarò, non vengo da una condizione economica svantaggiata, non ci sono state privazioni materiali tali da modellarmi il carattere, e per fortuna nessun evento mi ha resa avida. Però una certa tendenza all’accumulo l’ho sempre avuta. Forse perché le mancanze che ci rendono adulti emotivamente claudicanti sono quasi sempre quelle meno tangibili, e allora, per traballare un po’ meno, proviamo a infilare qualcosa sotto quella gamba sbilenca che è la nostra piccola vita, o almeno così è per me.
Io quel sostegno l’ho trovato nei bigliettini che ricevevo e che scrivevo per gli altri — rigorosamente a mano, ovvio — , nelle dediche dei diari che ho gelosamente conservato dalle elementari alle superiori, nei cucchiaini dei gelati presi in un pomeriggio talmente importante e indelebile nella memoria da non avere la più pallida idea di quale giorno fosse. So però che in quella cartellina rimasta a casa dei miei, cimitero di cimeli, ormai sformata dal peso e dalla quantità di roba stipata al suo interno, di cucchiaini memorabili ce ne saranno almeno una ventina. E poi ci sono i disegni fatti con Benedetta, quelli fatti da sola, i biglietti del cinema — che anche oggi, in verità, continuo a conservare — e che mi ricordano che siamo la generazione con meno possibilità materiali e più consumi culturali in assoluto. Una casa non ce l’ho; vivo in affitto. Però i biglietti del cinema li conservo, al cinema ci vado sette volte al mese, e quindi la casa in cui vivo è piena di carta straccia. Con la sola differenza che non c’è più mia madre a dirmi che sono disordinata, anche se — ne sono certa — continua a pensarlo.
I vestiti però, di questa necessità di accumulo, non facevano parte.
Io, anche allora, avevo gusti che oggi oscillerebbero tra il “basic”, termine usato non si capisce bene perché in senso dispregiativo, e il “quiet luxury”, che in fondo ha la stessa matrice del basic ma, siccome a vestirsi così sono i ricchi, abbiamo avuto bisogno di coniare una formula più deferente, per mettere un’ulteriore distanza tra il nostro conto in banca e il loro.
Ecco, io forse da piccola mi vestivo basic. Non solo perché i miei genitori, comprensibilmente, davano priorità ad altre spese — la scuola, il dentista, la piscina che, come ci insegnano i frasifattisti “è uno sport completo” — ma anche perché io volevo vestirmi in un modo piuttosto preciso; nulla di lunare, cose sostanzialmente banali, jeans, maglie senza fronzoli, senza scritte, senza loghi — che ieri come oggi mi sembrano l’emblema di una certa miseria immaginativa tra chi ha qualche soldo — e tendenzialmente di colore nero.
Oggi, vent’anni dopo, si direbbe che mi vesta quiet luxury. Non perché sia più ricca di allora — nessuno di noi sarà mai più ricco dei propri genitori, a meno che i propri genitori non fossero già ricchissimi in partenza — ma perché non ho una casa, non ho figli, non ho un cazzo. Che poi è semplicemente la versione estesa dell’espressione “sono una late millennial” e quindi quel poco che ho, quando non devo darlo all’Agenzia delle Entrate, posso investirlo in altro.
Spendo in maniera certamente più oculata, compro vintage — o second hand, o preloved, o qualunque altro termine riesca a suggerire consapevolezza invece che poraccitudine, com’era ancora quindici anni fa quando usare i vestiti passati da tuo cugino era oggetto di scherno e non segno di sensibilità verso le sorti del pianeta — , guardo le etichette, non solo del prezzo ma anche della composizione, per evitare di comprare capi che, se passo accanto a un fornello acceso, mi trasformino in una torcia umana. E una volta stabilito che quel capo non nuocerà né a me, né all’ambiente, né a chi lo ha materialmente prodotto, procedo all’acquisto, che a quel punto si aggira normalmente su cifre a tre numeri.
Compro meno, spendendo grossomodo quanto chi fa dieci giri da Zara a stagione, ma almeno — così mi racconto — si tratta di cose che posso mettere sempre. E che quindi non metto quasi mai.
È per questo che mi serve il cambio armadio. È per questo che continuo a rimandarlo: per non dover piangere sui vestiti inutilizzati.
Oggi però mi sono fatta coraggio e ho fatto la cernita annuale di tutto quello che possiedo, se non altro per capire in quale angolo dell’armadio si trovino i soldi spesi per quel maglioncino bellissimo, così bello da non essere stato indossato neanche una volta. Oppure dove siano finiti i duecento euro investiti in due camicie uguali, perché al momento dell’acquisto non sapevo quale colore mi piacesse di più e mi sono detta: prendiamole entrambe, tanto sicuramente le userò. Ne ho utilizzata solo una, tre settimane fa, per un totale di due ore e mezza, prima di stramazzare a terra per il caldo, però il mio amico Ivan ha detto che avevo un outfit pazzesco, quindi almeno a qualcosa è servita, oltre ad avere un mancamento, intendo.
E poi c’è lei. La cosiddetta occasione. Il famigerato colpo di fortuna. O, più semplicemente, il capitalismo spiegato facile.
Una giacca cropped in cotone nera, di un brand abbastanza noto e abbastanza costoso da poter stare su un manichino in Rinascente; la differenza tra manichino e rella è dirimente, ma questa non è una lezione di visual merchandising e quindi ve la risparmio. Sempre il mio ex Ferragni, tra le molte cose giuste dette durante la nostra relazione — tra cui annoveriamo l’intramontabile “Il problema non sei tu, sono io” — , ha avuto anche il merito di osservare che i vestiti cropped sono un modo creativo per far pagare il doppio un indumento che, a rigor di logica, dovrebbe costare la metà.
Ora, da questo si capisce che il mio ex non è poi così Ferragni perché, diversamente, saprebbe che il concetto stesso di “indumento che dovrebbe costare la metà e invece costa una fucilata” è il presupposto fondamentale per essere venduto in Rinascente, qualunque sia la lunghezza della stoffa con cui è fatto. Ed è il motivo per cui io in Rinascente non compro mai: faccio un giro, adocchio cosa mi piace e fotografo i cartellini.
Capisco che dall’esterno questa pratica possa sembrare quella di una poveraccia, e metto subito le mani avanti dicendo che sì, certo, lo abbiamo già stabilito: sono una millennial, quindi la poraccitudine fa parte del mio starter pack. Però sono anche una poveraccia che lavora nella comunicazione e nel marketing — come qualunque millennial con residenza tra Milano e Torino — e quindi ho gli strumenti morali e soprattutto tecnici per sapere che, con Google Lens e un codice a barre a portata di mano, una soluzione più economica salterà fuori.
Nel caso specifico, la giacca-cropped-in-cotone-nera veniva venduta in Rinascente alla ridicola cifra di 230 euro. Un prezzo del tutto sproporzionato per un capo del genere, che tuttavia continuava a piacermi abbastanza da meritarsi un posto nel rullino dell’iPhone. E così non mi do per vinta — anche questa, del resto, è una caratteristica insita in noi millennial, che non ci facciamo scoraggiare dalla vita, figuriamoci da una giacca che non possiamo permetterci — e alla fine infatti la trovo.
La stessa giacca. Lo stesso colore. Lo stesso codice a barre. A 40 euro.
Non mi sono chiesta da quale assalto alla diligenza provenisse, tanto più che l’unica rapina evidente mi sembrava quella praticata da Rinascente ai danni dei propri clienti. Non mi sono neppure posta il problema di averla comprata dalla spregevole Amazon, perché — in barba a tutto il discorso sul salvare il mondo attraverso il second hand — quaranta euro mi sono sembrati ancora più convenienti considerando che non ho nemmeno dovuto pagare il volo con cui la giacca ha attraversato l’Europa per arrivare fino a me.
Solo che poi, oggi, davanti all’armadio e a questo esame di coscienza su gruccia, mi ha preso un po’ male. Perché io quella giacca l’ho cercata, l’ho desiderata, l’ho stanata, ho strappato il prezzo migliore, ho fatto viaggiare un collo di quattro etti sopra i cieli del continente contribuendo a peggiorare questo clima ignobile che rende superfluo perfino il concetto di mezza stagione, e lei è ancora lì. Intonsa.
Esattamente come quella in Rinascente che, se non altro, è rimasta dov’era.
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