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Imprimere nella Memoria: l’incipit della Vita Nova

Quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte di Dante, settimana scorsa si è festeggiato il Dantedì, nel giorno in cui, nella finzione…

secondomatteo in Dioneo · 2021-03-29 12:01 · 1 claps · 3.7 min read
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Imprimere nella Memoria: l’incipit della Vita Nova

Quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte di Dante, settimana scorsa si è festeggiato il Dantedì, nel giorno in cui, nella finzione, Dante avrebbe iniziato il suo viaggio per i regni ultraterreni. È chiaro che non vogliamo dimenticare Dante e le sue opere e, per questo, ho pensato di scrivere quest’articolo.

L’incipit della Commedia è quel passo che la maggior parte di noi italiani ricorderà sempre, ché ci abbiano obbligati a recitarlo a memoria davanti la classe, ché l’abbiamo incontrato così spesso che ci si è impresso nella memoria.

Ed ecco, recitare a memoria e imprimere nella memoria sono dei modi di dire affascinanti che richiamano un altro incipit dantesco, a mio avviso, di incredibile bellezza: quello della Vita Nova.

“In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere si trova una rubrica la qual dice: Incipit vita nova, sotto la qual rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sententia.”

La Vita Nova è il primo prosimetro — connubio di prosa e poesia, potremmo dire brevemente — della letteratura italiana, in cui Dante narra la storia e l’evoluzione del suo amore per Beatrice. Non si tratta di una narrazione biografica; si potrebbe definire, con le parole di Gilson, “autobiografia poetica”, oppure, come scrive Corti, “una memoria che si innesta sull’immaginazione e sulla poetica dell’autore”. Dunque, in poche parole, Dante parte da alcuni avvenimenti biografici per narrarci un’esperienza amorosa, una maturazione spirituale ed un’evoluzione poetica inquadrate in un disegno d’esemplarità, definito anche dal continuo riferimento ai topoi letterari, ai motivi ricorrenti della letteratura di quel periodo.

La memoria come libro è proprio un topos letterario molto diffuso nel Medioevo — lo si ritrova anche in Paradiso XXIII, 54 — e doveva essere avvertito come un paragone molto valido — non era ancora arrivato Proust con la sua madeleine a complicare le cose — , perché ciò che fa Dante in questo incipit è darci una descrizione molto tecnica e precisa di un libro — ma potremmo dire anche manoscritto, vista l’epoca — per parlarci proprio della memoria e dei ricordi.

Ci descrive, infatti, la prima pagina di un libro o di un nuovo paragrafo. Innanzitutto, si può leggere — in cima — una rubrica. Senza nessun problema di accentuazione, nel Medioevo, per rubrica non si intendeva un elenco, ma era il termine tecnico che indicava il titolo di un testo o di una sua parte. Questa rubrica dice: Incipit vita nova, una formula d’inizio tipica dei testi medievali — per esempio, un manoscritto che ho consultato recentemente riporta: Incipit chronica de Venexia — che descrive brevemente il tema che si andrà ad affrontare, la “vita nova”, intesa sia come la prima giovinezza sia come il rinnovamento spirituale e poetico indotto dall’amore.

Alla rubrica, seguono le parole che Dante ritrova scritte e che si possono leggere — chissà se in silenzio o ad alta voce — , ossia il testo vero e proprio, che poi, in questo caso, sono i ricordi, perché stiamo sempre parlando del libro della memoria.

Ciò a cui si sta per accingere Dante è assemplare queste parole in un nuovo libello, ossia compiere un’azione fondamentale nel Medioevo: trascrivere un testo da un manoscritto ad un altro. Dante si immedesima, dunque, nel ruolo di copista che trascrive un testo, affinché la sua diffusione sia più ampia, perché una certa importanza quelle parole devono averla.

E attenzione — qui esagerazione mia e poco accademica — si presenta anche come un copista non troppo affidabile, perché avverte subito che se non trascrive tutte le parole, copierà “almeno la loro sentenzia”, ossia almeno il loro contenuto. Nel Medioevo, accadeva, infatti, che di fronte ad un materiale troppo corposo, troppo complesso o anche poco interessante, un copista decidesse di farsi editor — per usare una parola moderna — e scegliesse di tagliare e modificare passi a proprio piacimento, perché riteneva che fosse meglio così, creando in questo modo un danno per i filologi che sarebbero arrivati nei secoli successivi — causando loro probabilmente un peggioramento di quei “problemi psicologici” che ho sentito affibbiare loro una volta, nella mia vita.

Per tornare a Dante, però, bisogna dire che ha le giuste motivazioni per immedesimarsi in un copista editor; infatti, ciò che abbiamo di fronte è solo un libello, un piccolo libro, in cui mai sarebbe stato possibile trascrivere tutto il contenuto del libro della memoria, che tutti ci immaginiamo — e credo a ragione — gigantesco.

Si conclude così questa descrizione quasi paleografica di un libro medievale e Dante subito ci immerge nel suo innamoramento “nove fiate già appresso lo mio nascimento”, come se non ci avesse appena presentato una metafora bellissima, alla cui base sta la percezione della memoria come qualcosa di scritto nero su bianco, in qualche modo incancellabile e che ha una sua importanza.

In fondo, credo che leggere che la memoria può essere un libro scolpito dai nostri ricordi in un periodo in cui abbiamo una grande paura che la nostra memoria svanisca e che scorderemo ciò che siamo stati e ciò che non dovremmo più essere renda ancora più indimenticabile questo incipit.

E se dovesse anche sbucare il ricordo perduto di una madeleine infantile, ancora meglio: qualcosa in più da tenere nel nostro libro della memoria — l’importante, ovviamente, è non dimenticarsi di ciò che Dante ci ha lasciato.

D. Alighieri, Vita nova, a cura di S. Carrai


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