Imparare a dormire
Ho sempre avuto un rapporto complicato con il sonno. Non è mai stato semplice, mai davvero naturale. Non a caso ora che scrivo sono le 4:30…
Imparare a dormire
Ho sempre avuto un rapporto complicato con il sonno. Non è mai stato semplice, mai davvero naturale. Non a caso ora che scrivo sono le 4:30 del mattino.

“Desvelo” — Dipinto di Eduardo Leyva Herrera
Da bambino avevo paura del buio. Poi sono arrivate le inquietudini della notte. Più avanti, invece, ho iniziato ad amarla: la notte era diventata il mio rifugio, il posto in cui tutto era finalmente tranquillo. Adesso il mio rapporto con il sonno è ancora diverso: fatto di ansia, sogni ricorrenti e piccole ossessioni.
Il paradosso è che solo da pochi anni ho scoperto il vero piacere di dormire. Prima il sonno era un intralcio, una perdita di tempo, o peggio ancora un’anestesia necessaria in certi periodi difficili. Poi la vita è cambiata, io sono cambiato, e finalmente ho trovato una nuova stabilità. È lì che ho capito quanto fosse incredibile addormentarsi e svegliarsi con regolarità.
Così, per la prima volta, mi sono fermato a interrogarmi sul mio rapporto con il sonno.
Non era difficile notare che i periodi in cui dormivo peggio coincidevano con momenti emotivamente più pesanti, mentre le fasi di sonno regolare arrivavano sempre nei periodi più sereni. La parte davvero interessante, però, è stata scavare dentro le cause, nel modo in cui assorbo e reagisco a ciò che mi succede.
Ho capito che le mie notti sono segnate da tre elementi: ansia, sogni ricorrenti e ossessioni. Non sono collegati tra loro, ma ciascuno ha un proprio grilletto.
L’ansia nasce dal bisogno di trattenere il tempo. Quando mi sento sopraffatto, con la sensazione di essere sempre un passo indietro, arriva l’ansia di dormire. È un’ansia strana: non di addormentarmi, ma che il domani arrivi troppo presto, prima che io abbia davvero finito di affrontare l’oggi. Così resisto al sonno finché posso, fino a quando il corpo crolla da solo.
Poi ci sono i sogni ricorrenti. O meglio: uno in particolare, che ritorna sempre. Un sogno che somiglia a un abbraccio infinito, capace di scaldarmi il cuore e gelarmi la schiena allo stesso tempo. Una consolazione dolceamara, come se la mia mente, quando non trova conforto altrove, decidesse di regalarmelo da sola.
Tempo fa ho provato a descrivere la notte, e le mie notti, in questo modo:
“Siamo di nuovo soli io e te; io ostaggio di te, vagando in quel che resta di me. Tu, come una tregua che cala sul caos, acquietando il ticchettio del tempo, trascinandomi nelle ombre di cui sono vestito. Il buio che illumina i pensieri. La notte che non vuol farsi domani.”
E infine, ci sono le ossessioni. Quelle che si accendono quando spengo la luce, e che restano lì, a parlarmi con pensieri che di giorno paiono fiochi, ma che la notte tornano a bussare con forza.
Può darsi, in fondo, che il mio rapporto con il sonno non è mai stato davvero difficile: è solo stato lo specchio più sincero di come vivo le mie giornate.
Forse imparare a dormire non significa trovare pace nel buio, ma fare pace con la luce del giorno.
메타데이터
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