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Una storia raccontata è una vita vissuta.

Noi studiamo la Storia sui libri di scuola e viviamo contemporaneamente di storie.

Alessandra Alice · 2025-10-11 16:23 · 1 claps · 6.9 min read paywalled
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Una storia raccontata è una vita vissuta.

Noi studiamo la Storia sui libri di scuola e viviamo contemporaneamente di storie.

La Storia è asettica. Ci fornisce notizie sui numeri: date, morti, andamenti demografici, eserciti. Tanti eserciti in una Storia composta da tante guerre.

Poco ci ha raggiunto di storie personali, dimensione umana della Storia. Lo abbiamo visto nei due conflitti mondiali. Molte storie personali e umane sono giunte a noi tramite racconti verbali e carta stampata. Più aumenta la facilità di reperimento della stampa, più emergono le storie. Tanto da dire oggi: tutti scrivono un libro! La troppa facilità di scrivere quasi lo svaluta.

Oggi, era dei social media e della rete internet, proprio la tecnologia ci offre delle storie che scuotono il nostro essere in profondità. Ci interroghiamo, come i filosofi del passato, sulla natura umana, sui comportamenti, sul perché vi sia morte e devastazione, e, si! anche nella nostra agnostica epoca, ci si interroga se c’è un Dio e perché acconsenta tutto ciò.

Le storie sono vere? Talvolta sono modificate a uso e consumo. In generale c’è la verità di fondo ma non dobbiamo mai dimenticare che le storie vengono raccontate e subiscono il filtro mentale di chi racconta e di chi raccoglie il racconto. Si toglie l’inutile e si aggiunge un percepito.

Questo non toglie che le storie facciano la Storia, insieme ai numeri.

Le storie emergono all’improvviso e in situazioni inaspettate. Così mi è arrivata la storia di Angelo Galliani. Inaspettatamente durante un “ciarlare” in spiaggia in quel di Imperia.

Siamo durante la II guerra mondiale. Campagna di Russia, a Ibuscenskij, sul fronte orientale del Don.

I fatti. Il Reggimento italiano Savoia cavalleria rispose a un attacco di sorpresa delle truppe sovietiche, il 24 agosto 1942, con una carica di cavalleria.

Le truppe italiane contano 700 uomini. Le truppe sovietiche 2500 soldati siberiani.

La Storia ci dice che gli italiani ebbero successo e relativamente pochi morti. Solo 54 morti e 52 feriti italiani contro i 150 morti, 300 feriti e 600 prigionieri sovietici. Fu l’ultima carica di cavalleria di successo nella storia della guerra. Venne guidata dal comandante di reggimento colonnello Bettoni Cazzago e dal maggiore Alberto Litta Modignani, deceduto nella battaglia. Ebbe un notevole impatto mediatico. Portata all’opinione pubblica condita di propaganda militare e di regime.

Perché nel 1942 orchestrare una carica di cavalleria, rappresentante di un modo antico di combattere? Pare che uno dei motivi fosse perché genera rumore. Il rumore della battaglia e dei cavalli in carica.

Quello che la Storia non ci racconta sono i sentimenti. Angelo invece lo ricordava bene. Lui era lì. Lui, figlio unico di madre vedova che nemmeno avrebbe dovuto fare il servizio di leva militare, era comunque stato arruolato in un conflitto in crisi, che si illudeva di sollevarsi con il successo di una sola battaglia.

Angelo ricordava. Una battaglia come quella all’arma bianca era estremamente pericolosa ed emotivamente coinvolgente. I ricordi di quel genere di battaglia sono rumore, odore e vista. Lo sono tutte le battaglie ma in questo caso ancor di più. Vi è un unico campo in cui si mescolano cadaveri, moribondi, sangue, fango, odore putrido e, alla fine, il rumore dei corvi sul silenzio postumo. Sono immagini e percezioni che non si dimenticano.

Angelo in tutto ciò godette di una piccola fortuna: essendo di professione bancario, venne reclutato come furiere, ovvero contabile, e questo lo esentò dal partecipare attivamente alla battaglia. E lo salvò.

Dopo la “gloriosa” battaglia, i superstiti vennero premiati con un periodo di licenza. Tornato a Milano Angelo si riposa e riprende in mano la sua vita. O almeno ci prova.

Le vicende si complicano il giorno 8 settembre 1943, quando viene dichiarato dal generale Badoglio l’armistizio, che per l’Italia comportò una divisione territoriale con un sud liberato e un centro nord (Roma compresa) sotto il dominio nazifascista.

Per il Nord Italia significò la creazione della repubblica di Salò, sotto controllo stretto nazista e l’intensificarsi delle rappresaglie nazifasciste, le deportazioni di ebrei e oppositori, le riposte partigiane. Sono momenti difficili in cui sei costretto a schierarti. Non lo vorresti ma sei obbligato ed entrambe le soluzioni presentano lati aberranti. Se stai col “potere” significa aderire alla politica nazifascista, cosa che Angelo non vuole. Quelle convinzioni non lo rappresentano.

Ma se non aderisci al potere diventi un nemico, un disertore e un traditore. Diventi un soggetto braccato che rischia la fucilazione. Poco importa come ci si sente, è la politica a dettare legge e, oggi come allora, ce ne rendiamo tristemente conto.

Angelo ha un secondo motivo personale che lo allontana da Salò: la madre. Ella ha solo suo figlio. Egli è il suo unico sostegno umano ed economico e Angelo non se la sente di rischiare di morire su qualche fronte per uno stato che lui non sente cogente.

Che fare dunque?

La madre di Angelo, durante la guerra e fino a quando i bombardamenti su Milano non crebbero in modo esponenziale, aveva ospitato una ragazza del varesotto che lavorava a Milano ma era residente a Rovate (oggi comune di Carnago). Aurelia Molina, il suo nome, viveva in un paese di sole 600 anime. Alla madre di Angelo viene in mente di scrivere alla famiglia Molina chiedendo ospitalità per il figlio, ormai fuorilegge.

Ben nascosto in campagna, fuori dall’ampia visuale di Milano, poteva avere delle possibilità di salvezza.

Anche in questo caso Angelo è fortunato. La famiglia di Aurelia accetta e lo prende in custodia, trattandolo come un figlio. Angelo non è un tipo che si adagia. Non è abituato all’ozio e, soprattutto, ha un carattere grazie al quale familiarizza facilmente. Con la famiglia Molina prima e con gli abitanti di Rovate poi. Si viene a sapere che è un buon contabile, così inizia ad aiutare i piccoli imprenditori della zona, industria tessile e meccanica. Un’industria meccanica in cui si imbatte lavora per la produzione bellica. Assumendolo come impiegato, quindi come civile impegnato nel conflitto, lo difende dall’accusa di diserzione. Non è più uno tra gli sbandati, ché non era il solo nella zona. Il lavoro gli consente anche di prendere residenza nel paese di cui diventa cittadino effettivo.

Detto così sembra tutto facile.

Non lo era. Per nulla!

Angelo ha vissuto nell’ombra a sufficienza per rischiare di essere denunciato. Il risultato sarebbe stato per lui la fucilazione e di certo guai grossi o la prigione per la famiglia ospite.

Anche altri sbandati della zona rischiavano tanto.

Rovate era l’Italia dell’epoca e aveva i suoi fascisti. Per alcuni era obbligatorio. Il rischio era grande e tangibile.

In guerra emergono le situazioni più disparate. Si viene traditi da soggetti insospettabili ma anche protetti da coloro di cui non ci si aspetta. Forse la situazione fragile, a livello politico ed economico, mette alla luce gli angoli più bui dell’animo umano. Chi appare innocuo diviene carnefice e chi aderisce al potere, più per convenienza che per convinzione, assume l’Habitus del salvatore. Credo si debba prescindere dalle convinzioni politiche; esse hanno subìto la coercizione di un regime totalitario ma anche sono cresciute nella condivisione di una grossa fetta di convinti, che hanno portato quel partito al potere. Ebbene, anche tra i convinti vi erano soggetti pensanti, che non hanno accettato pedissequamente la propaganda. Non tutti avevano le tendine della propaganda davanti agli occhi. Non potevano fare molto. Non si potevano esporre pena il carcere o la deportazione. Ciò nonostante siamo man mano venuti a conoscenza di gesti compiuti da chi stava al suo posto. Gesti eroici che hanno salvato vite nell’ombra, in un’apparenza di sostenitori del regime.

Ad Angelo, così come agli altri sbandati, è accaduto proprio questo. I rappresentanti del paese e i suoi abitanti erano pochi, è vero. Ma ricordiamo che sarebbe bastato uno solo a levare la voce per rovinare la vita di un gruppo di giovani uomini. Il paese protesse i ragazzi col silenzio.

Un silenzio che Angelo non dimenticò. Alla votazione lui, cittadino di Rovate, collaborò sia alla parte burocratica ma anche gli venne chiesto di dividere i fascisti dai giusti. Lui li salvò tutti, nel pericolo dell’ultima ora, quando tutto si ribalta. Non denunciò nessuno perché riconoscente del silenzio mantenuto quando lui era in grave pericolo.

Angelo rimase affezionato a Rovate. Si innamorò di Aurelia Molina che poi sposò e con la quale ebbe una bella famiglia a Milano. Fu così affezionato a Rovate che oggi vi riposa in pace.

Un altro elemento fortunato per Angelo fu il suo rapporto con la Banca di Milano presso cui lavorò prima del conflitto. Ad una richiesta della madre di Angelo, il funzionario rispose di stare buoni e nascosti con la promessa di accogliere Angelo dopo la guerra. E così fu.

Angelo aveva quindi un impiego più che decoroso che gli consentiva di mantenere famiglia e madre.

Questo racconto può apparire di poco conto, rispetto a rocambolesche imprese.

In realtà in esso emergono alcune considerazioni.

I rapporti umani prescindono dalle convinzioni politiche. Solo i fanatici indossano gli occhiali dell’odio ma i giusti vedono chiaramente.

Le reti personali, anche di tipo economico, sono sempre una risorsa. Il sapersi introdurre con rispetto in una rete genera un muro protettivo, che protegge anche tutta la rete in conseguenza.

Le emozioni, forti nei conflitti, possono dirigere le azioni verso il bene quanto verso il male. Ma le emozioni sono più forti della propaganda.

In momenti terribili, come un conflitto può essere, possono emergere anche i lati migliori degli uomini e delle donne. C’è sempre il bene ovunque. Talvolta è molto nascosto sotto la cenere dell’indifferenza, del dolore, delle percezioni, ma riesce sempre a illuminare un sentiero buio.

Questo racconto semplice mi ha molto colpita, soprattutto nel momento buio che oggi viviamo. Assistiamo a un imbarbarimento umano dilagante e terribile, purtroppo non senza precedenti.

Vediamo ripresentarsi con orrore quei precedenti che credevamo sopiti dalla democrazia. Anzi ci siamo convinti che fossero eradicati dalla democrazia. Mai errore più grande!

Essi erano dormienti ma covavano sotto la sabbia per emergere più forti che mai, più inquietanti, sguazzando nella prepotenza, nell’iniquità, nell’ignoranza e nel fanatismo sbandierati come vessilli di cui essere orgogliosi.

Mi sento male come non mai.

Mi sento circondata da un mondo in preda alla schizofrenia politica.

Il falso a onor del vero.

La scienza derisa da convinzioni ignoranti che negano l’evidenza.

La politica ridotta a un ammasso di voci assurde che dicono tutto e il contrario di tutto.

Potenti che parlano come inquisitori del 500.

Umani allo sbando. No convinzioni. No idee. No valori. Solo notizie mescolate tra vere e false. Il falso usato come vessillo senza alcuna vergogna.

In tutto ciò questo racconto semplice è luce.

La luce che vorremmo vedere in fondo al tunnel.


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