Chi salverà il Bosco dei cristalli?
Ettore e la sua resistenza silenziosa contro la scomparsa dei boschi nel Roero
Chi salverà il Bosco dei cristalli?
Ettore e la sua resistenza silenziosa contro la scomparsa dei boschi nel Roero
Quando arriviamo al Bosco dei cristalli, il sole non è ancora sorto. Siamo in cammino da quasi sei ore e abbiamo già attraversato stradine, stradoni, ponti, centri storici, vigneti, campi, frutteti e, naturalmente, diversi boschi. Nonostante ciò, questo luogo emana un’energia diversa da quelli che abbiamo visto quella sera e questo si intuisce dall’atteggiamento che io e miei compagni assumiamo involontariamente: camminiamo in fila indiana, abbiamo il naso rivolto all’insù, e, soprattutto, stiamo in silenzio o, se proprio dobbiamo parlare, lo facciamo sottovoce. Insomma, ci comportiamo proprio come se stessimo entrando in una chiesa. Se vi state immaginando uno di quei panorami mozzafiato che mettono soggezione per la loro grandiosità, beh, rimarrete delusi. Sotto questo punto di vista il Bosco dei cristalli non è affatto speciale. Come spesso accade nel Roero, anche questo bosco occupa la parte più alta di un bric — una collinetta, in dialetto –, in questo caso a Piobesi d’Alba. A ogni modo, non solo la collina su cui si trova il bosco non è dissimile da quelle che sorgono lì accanto, ma non è neanche tra le più belle che il Roero ha da offrire. A dire tutta la verità, questo bosco non ha neanche un nome. “Non si chiama davvero così, l’ho battezzato io quando l’ho scoperto”, dice Ettore, la nostra guida, mentre camminiamo sulla cima della collinetta. Ettore si è anche preso la briga di costruire una rudimentale edicola votiva, quasi a ribadire la sacralità di questo luogo. Sempre in fila indiana e sempre in religioso silenzio, ci avviciniamo a turno e la fotografiamo curiosi. Qualcuno chiede perché abbia scelto proprio questo nome per il bosco, lui risponde che il motivo sarà chiaro una volta scesi. Così ci incamminiamo verso il lato opposto rispetto a quello da cui siamo saliti, ci inoltriamo per poco tra la vegetazione e davanti a noi si manifesta, come un’apparizione, un albero incastonato in un blocco di gesso. Rimaniamo per alcuni istanti con gli occhi fissi sull’albero, un esemplare piuttosto antico di Bagolaro, anche conosciuto come Spaccasassi, con il cui legno si costruivano, tra le altre cose, i rosari. A vedere la gentilezza con cui le radici di questo albero abbracciano i cristalli di gesso, penso che il soprannome di Spaccasassi sia proprio indegno. Quando ripartiamo il sole sta per sorgere e una luce aranciata ci riaccompagna al luogo in cui, ormai più di sei ore prima, abbiamo lasciato le nostre macchine.

Il Bagolaro incastonato nel blocco di gesso
Il Bosco dei cristalli sembra un’isola immersa in un mare verde di noccioleti e vigneti. Negli ultimi quindici anni, infatti, il paesaggio che gravita intorno ad Alba è stato radicalmente modificato dalla coltivazione della vite e della nocciola, che si sono estese a macchia d’olio fino a diventare una monocoltura, e a farne le spese sono stati i boschi, polmone verde di queste terre. Questo fenomeno risulta più evidente nella Langa del vino — sia per la conformazione delle colline che rende più facile un’agricoltura di tipo monocolturale sia per la maggiore notorietà dei vini che qui vengono prodotti -, ma anche il Roero risente inevitabilmente delle stesse dinamiche. Questo processo ha causato un impoverimento dal punto di vista paesaggistico, ma è soprattutto sul fronte della biodiversità che si sono registrate le conseguenze peggiori. E il cambiamento climatico non ha fatto altro che aggravare la situazione.

Il tramonto sulle colline interamente vitate del Roero visto da Castagnito
A dieci anni di distanza dal riconoscimento Unesco, la nostra terra merita una riflessione su ciò che è successo. A che punto siamo? Se c’è qualcuno in grado di dare una risposta a questa domanda, quella persona è proprio colui che ci ha svelato il Bosco dei cristalli, Ettore Chiavassa. Ettore non è il tipico ambientalista che ci viene in mente se pensiamo agli attivisti climatici. Dal movimento dei Fridays for future in avanti, abbiamo legato indissolubilmente nella nostra mente l’immagine dell’attivista a quella di un giovane che scende in piazza per protestare, ma non è questo il caso. Classe 1952, Ettore da queste parti viene chiamato “l’aprisentieri”: quasi ogni giorno percorre dei viottoli nei boschi, li tiene puliti e riscopre quelli dimenticati o impraticabili.
La sua vita, tuttavia, non è sempre stata così. Fino a una decina di anni fa Ettore è stato direttore di banca in uno dei più rinomati istituti piemontesi. Quando l’ho incontrato, questa è stata proprio la prima domanda che gli ho fatto: come si spiega un cambiamento di stile di vita così repentino e radicale?
La risposta di Ettore mi è rimasta impressa: “la vita è un’espressione matematica fatta di molte parentesi, ciò che conta è che, alla fine, la somma sia maggiore di zero”.
La parentesi dell’amore per la natura si è aperta quando Ettore era molto piccolo e viveva a Montaldo Roero. Mi racconta che già a sei anni scappava di casa per girovagare tra le Rocche e che spesso finiva per lasciare le scarpe in quella fanghiglia così ballerina che qui chiamano sabbie mobili. “E poi è stata la vita di banca a scegliermi per caso, proprio come i boschi”, mi spiega. Quando, però, è arrivato il giorno della pensione, Ettore non ha avuto dubbi e ha chiuso con una linea netta la sua parentesi bancaria. “Ricordo che il primo giorno di pensione mi chiamò un imprenditore per offrirmi il posto di amministratore delegato della sua azienda, ma io gli risposi che ero già impegnato: dovevo costruire la mia topia (pergolato in dialetto piemontese)”. Così, dopo aver rifiutato molte altre offerte di consulenza, oggi Ettore si dedica a tempo pieno alla salvaguardia dei boschi del Roero, ma guai a definirlo una guida: “sono un solitario che ama la natura”, mi spiega, e il suo aspetto — l’espressione seria, la barba bianca e folta e il naso graffiato dai rovi — sembra confermarlo.

Ettore Chiavassa
Nonostante l’apparenza da lupo solitario, Ettore tiene molto a condividere la sua passione per la natura. Ogni volta che fa una camminata scrive in un post su Facebook il luogo di ritrovo, l’orario di partenza e la difficoltà del percorso, in modo che chi lo desidera possa unirsi a lui. Ettore mi racconta che negli anni questa iniziativa — che non a caso si chiama Chi c’è c’è — ha attratto sempre più persone e che non gli capita mai di ritrovarsi da solo. Il successo di queste passeggiate è da attribuire, credo, a un’altra grande dote che Ettore possiede: raccontare storie. L’ex direttore di banca è un appassionato conoscitore non solo di tutte le specie animali e vegetali che popolano il Roero, ma anche e soprattutto della storia, naturale e umana, su cui si fonda l’identità di questi luoghi. Per questo le camminate che organizza sono continuamente intervallate a dei momenti di pausa in luoghi di particolare interesse, di cui Ettore racconta la storia. Questo è anche un modo per fare un’esperienza autentica di un territorio che troppo spesso viene ridotto solo alle sue specialità enogastronomiche, mentre gli aspetti storici e culturali sono lasciati in secondo piano. Senza contare il fatto che questo tipo di attività fa bene alla salute ed è a impatto zero per l’ambiente. Insomma, tutto di guadagnato.
Al di là di questo esiste, però, una ragione che rende fondamentale il lavoro di persone come Ettore: rendere le persone più consapevoli della necessità di preservare questo territorio. È per questo motivo che sono nate negli anni diverse associazioni di volontari che si occupano in vario modo di ambiente. Una delle più importanti, Canale Ecologia, è stata fondata nel 1991 proprio per tutelare le zone boschive del Roero attraverso la costituzione di oasi naturali. Ettore, che oggi ricopre il ruolo di vicepresidente, mi racconta che quando il progetto prese avvio le persone non li prendevano sul serio, perché all’epoca il pericolo non era ancora tangibile.

L’ingresso nell’Oasi di San Nicolao
Per comprendere meglio la portata del problema, mi faccio guidare in quella che è stata la prima zona protetta costituita da Canale Ecologia nel 1996: l’Oasi di San Nicolao. La riserva — che sorge sul confine tra i comuni di Canale, Montà d’Alba e Cisterna d’Asti e si estende oggi per più di 350.000 m2— è situata nelle Rocche, cioè il luogo in cui l’alta pianura piemontese precipita nel bacino del fiume Tanaro con una specie di “scalino” geologico che la separa dal Monferrato, dalle Langhe e dalla bassa pianura del Po. Qui, l’acqua ha scavato per molto tempo diversi burroni e in quello più settentrionale si trova l’Oasi. Al centro della riserva sorge anche un biotopo, cioè una zona umida di rilevante importanza ecologica, che funge da punto di riferimento e sosta per gli uccelli migratori.

Il laghetto dell’Oasi
L’importanza ecologica che questo luogo riveste sta nella grande biodiversità che conserva, dagli insetti, passando per l’airone grigio fino ad arrivare al lupo. Ma questo è anche il posto ideale per comprendere perché la monocoltura non è una strada praticabile, non solo da un punto di vista ambientale. Mentre ci addentriamo nell’Oasi, Ettore mi spiega che fino a una quindicina di anni fa al posto dei vigneti e dei noccioleti che la circondano c’erano altri boschi. Questo fenomeno rappresenta, come detto, un problema innanzitutto sul fronte paesaggistico e poi su quello della biodiversità, ma non solo. Per esempio, in queste zone dove gli alberi sono stati abbattuti per fare spazio alle vigne, c’è spesso il rischio di smottamenti, dovuti alla maggiore presenza di sabbia e fango che si crea con l’erosione del terreno in vigna, e senza alberi che possano contenerle. Ma non è tutto, perché la più incisiva critica che si possa muovere alla monocoltura non è di tipo ecologico, ma economico. Mentre camminiamo Ettore mi mostra una zona dell’oasi in cui sono presenti molti castagni, tra cui spuntano anche diverse foglie di vite. Si tratta di piante molto antiche, probabilmente anteriori all’epidemia di fillossera che colpì l’Europa a fine Ottocento, che furono poi abbandonate, a tal punto che il bosco si è riappropriato di questa zona (tale fenomeno è noto come wilderness di ritorno). La presenza di queste viti — mi spiega Ettore, indossando ancora una volta i panni dell’uomo di banca — ci insegna un’importante lezione: il mercato cambia continuamente. È proprio per questo motivo che bisognerebbe differenziare la produzione, così da differenziare anche il rischio d’impresa.

Alcune viti tra i castagni
Lo stato dei boschi nel Roero è quello che ho descritto. Ma, anche per la mancanza di dati precisi, monitorare la salute e l’estensione dei boschi non è facile, e spesso la percezione del problema arriva solo quando i danni sono già evidenti e difficili da riparare. Oltre a ciò bisogna considerare che, anche grazie al lavoro di molte associazioni e dei volontari, la situazione non appare tragica come altrove.
Qual è allora la strada da imboccare per il futuro?
Ettore ha le idee molto chiare: “il vero nodo è quello generazionale”.
Mi rassicura del fatto che i più giovani hanno sviluppato una sensibilità nuova, un desiderio genuino di fare qualcosa per l’ambiente e per il loro territorio, ma l’anello debole della catena è quello della generazione intermedia, che non sembra avere lo stesso slancio. “Tenere pulita un’Oasi come questa è un lavoraccio, oggi lo faccio io ma un domani chi lo farà?” mi chiede Ettore, per poi aggiungere che non sarebbe giusto pretendere che siano i giovani a occuparsene, perché lui da giovane ha avuto la possibilità di costruire la propria vita senza questo peso sulle spalle.

Le Rocche su cui si trova parte dell’Oasi
Mentre usciamo dall’Oasi, cammino con la testa bassa e le parole che Ettore ha appena pronunciato si aggrovigliano nella mia testa fino a formare una matassa di cui, più mi sforzo, meno riesco a trovare il bandolo. L’aprisentieri, però, mi richiama subito all’ordine: “Hai notato?”, dice, alzando il braccio sinistro. Sollevo lo sguardo in direzione del suo indice: proprio al di sopra dell’Oasi è stata piantata una nuova vigna; la terra è ancora smossa e le barbatelle sono così minute che per crescere devono aggrapparsi ai piccoli pali di ferro che sono stati piantati vicino a ciascuna di loro. “Immagino che prima ci fosse il bosco anche qui”, rispondo convinto di aver colto il senso del suo gesto. “Sì, certo — mi dice— ma non hai notato una cosa. Avvicinati”. Su ogni palo color ruggine è posata una libellula giallo ocra, e tutte, per qualche misteriosa ragione, sono rivolte nelle stessa direzione.
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