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“Il Vangelo del XXI secolo. Il Messia è tornato tra noi” di Paolo Gila

C’è un momento, nella vita professionale di chi si occupa di diritto digitale, in cui ti capita di leggere un contratto di licenza software…

Giovanni⚡Bonomo · 2026-08-27 16:43 · 0 claps · 4.1 min read
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“Il Vangelo del XXI secolo. Il Messia è tornato tra noi” di Paolo Gila

C’è un momento, nella vita professionale di chi si occupa di diritto digitale, in cui ti capita di leggere un contratto di licenza software e pensare: “questo assomiglia sinistramente a un patto col diavolo, solo con più clausole di manleva”. Leggendo Il Vangelo del XXI secolo di Paolo Gila (L’Onda, 2025, 132 pagine) mi è capitato l’esatto opposto: leggere un racconto teologico e pensare, con crescente insistenza, a un caso di inadempimento contrattuale.

Perché Gila — giornalista economico-finanziario e autore, tra l’altro, di Capitalesimo, da me presentato appena dopo I Signori del rating nel salotto Candide C.C. (trovate anche un video in YouTube) — abbandona con tale opera i territori dell’economia e della finanza che hanno caratterizzato molta parte della sua produzione saggistica per avventurarsi su un terreno assai più rischioso: Dio, l’uomo, il male, il libero arbitrio e quella vecchia faccenda della salvezza universale che da un paio di millenni continua a impegnare filosofi, storici, scrittori ma soprattutto teologi.

Vengo alla trama: uno sconosciuto arriva in città, non dice chi è, non dice da dove viene: si limita ad ascoltare, il che — lo dico da avvocato — è già di per sé un atto rivoluzionario, visto quanto poco lo fa chiunque altro. Parla con criminali, prostitute, detenuti, politici, collezionisti d’arte, tossicodipendenti, intellettuali: l’identikit perfetto di una qualsiasi udienza del giovedì mattina. Iniziano a circolare voci di prodigi, le autorità religiose e le forze dell’ordine, con il tempismo che le contraddistingue da duemila anni a questa parte, lo classificano come sovversivo. E quando arriva il momento — quello vero, quello per cui a quanto pare era stato “mandato” — l’uomo si tira indietro, prova ribrezzo per il sacrificio che gli viene chiesto, lo giudica inutile, e si ribella a chi lo ha inviato.

È qui che il libro, a mio parere, gioca la carta migliore: non un Messia che salva, ma un Messia che recede dal mandato. Gila mette in scena, senza probabilmente saperlo con questo lessico, un caso da manuale di responsabilità del committente: un soggetto viene investito di una missione — salvifica, non negoziata, a condizioni capestro — e a un certo punto esercita quello che nel nostro ordinamento chiameremmo un legittimo diritto di recesso, fondato sul venir meno della causa stessa dell’obbligazione: se il sacrificio non serve più a niente, se la redenzione promessa è un algoritmo che gira a vuoto, perché eseguirlo? È una domanda che a un civilista fa venire i brividi, e che a un teologo, immagino, ne faccia venire di peggiori.

Ed è qui che il romanzo di Gila, forse senza cercarlo esplicitamente, intercetta una questione che da tempo mi ossessiona anche fuori dal codice civile: quella dell’agentività, specialmente adesso che mi occupo di Intelligenza Artificiale. Un’entità — divina, artificiale, umana poco importa — a cui viene assegnata una funzione, un compito, una “missione” scritta da altri, e che a un certo punto smette di eseguire il copione e comincia a scegliere.

Ed è difficile, per un giurista, non sorridere davanti alla puntualità quasi burocratica del meccanismo: torna il Messia e, prima ancora di stabilire se compia davvero miracoli, qualcuno apre probabilmente un fascicolo.

Ma Gila non si limita all’ennesima trasposizione moderna della vicenda evangelica: il suo personaggio, come è stato sottolineato anche in occasione della presentazione milanese del libro, non è Gesù di Nazareth redivivo bensì una nuova figura messianica, sottratta almeno in parte al peso dei dogmi religiosi tradizionali. Ed è precisamente qui che il romanzo acquista interesse anche per chi, come chi scrive, guarda alle verità rivelate con maggiore simpatia per il dubbio che per la fede.

Perché il punto decisivo arriva quando il Messia comprende finalmente quale sia la propria missione: proclamarsi Redentore dell’umanità e andare incontro al sacrificio… e dice di NO. La vera eresia del libro è tutta qui.

Il Messia osserva l’uomo contemporaneo, ne attraversa miserie e grandezze, egoismi e contraddizioni, e conclude che il sacrificio sarebbe inutile. Non rifiuta soltanto il martirio: si ribella al Padre che lo ha mandato. Il finale annunciato dalla stessa sinossi editoriale capovolge così uno degli archetipi fondamentali della cultura occidentale: questa volta non è l’umanità a rifiutare il Salvatore; è il Salvatore che, dopo aver conosciuto l’umanità, rinuncia a salvarla.

La trovata è potente perché sposta immediatamente il problema dal piano teologico a quello antropologico. La domanda non è più: crediamo ancora in Dio? Diventa assai più scomoda: un Dio avrebbe ancora ragione di credere in noi?

Dietro l’ironia resta tuttavia una questione molto seria.

La tradizione cristiana poggia sull’idea di una salvezza offerta gratuitamente all’uomo nonostante… l’uomo; Gila introduce invece una sorta di obiezione di coscienza del Redentore: perché sacrificarsi per chi continua ostinatamente a riprodurre violenza, sopraffazione, avidità e fanatismo? Perché reiterare il Golgota se, duemila anni dopo, l’esperimento umano sembra ancora largamente incompiuto?

È una domanda volutamente provocatoria e naturalmente contestabile, proprio per questo funziona.

Si potrebbe infatti rovesciare l’argomento: se l’umanità fosse già degna della salvezza, non avrebbe alcun bisogno di essere salvata. Il sacrificio cristiano trova precisamente nella debolezza dell’uomo la propria ragion d’essere. Il Messia di Gila, rinuncia perché disgustato dall’umanità, assumendo paradossalmente un criterio molto umano: giudica, pesa, valuta costi e benefici.

Se perfino chi è mandato da Dio può dire di no al proprio destino, allora il vero tema del libro diventa quello che accompagna l’Occidente da Prometeo in avanti: la ribellione dell’essere creato contro il proprio Creatore.

Il titolo, dunque, può ingannare: Il Vangelo del XXI secolo non è propriamente un nuovo vangelo e tantomeno un testo devozionale, è piuttosto un anti-vangelo filosofico, una parabola laica che prende alcuni dei più potenti simboli della tradizione cristiana e li utilizza per interrogare l’uomo contemporaneo.

Il merito principale del libro di Paolo Gila è a mio parere, di non pretendere di fornirci una nuova verità rivelata, ma di costringerci a formulare una nuova domanda: se il Messia tornasse oggi, saremmo pronti a riconoscerlo? Forse no.

Ma la domanda ancora più inquietante suggerita da Gila è un’altra: sarebbe lui disposto a riconoscere noi come un’umanità ancora degna di essere salvata?

E non è affatto certo che la risposta ci piacerebbe.

Milano, 27. 8.2026 avv. Giovanni Bonomo — Candide C.C.


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