Isca
Quanti sono i fiumi della tua terra? Quali sono i fiumi della tua terra?
Isca

Isca
Quanti sono i fiumi della tua terra? Quali sono i fiumi della tua terra?
Ci siamo stanziati lungo i fiumi, sono stati la nostra fortuna, il nostro lascia passare per il mondo dopo. Il nostro avvenire.
Li abbiamo via via navigati.
Poi li abbiamo domati, sbarrati, poi li abbiamo prosciugati, inquinati, trafitti.
Quanti sono i fiumi oggi, quelli in cui resiste acqua?
Quanti e quali sono quelli in cui c’è ancora l’isca?
Cos’è l’isca?
Isca deriva dal latino ‘Iscla’ e identifica quella terra grassa e ricca d’acqua proprio vicino ai fiumi e dove un tempo, e in alcuni territori ancora oggi, affiorano canneti, felci, salici e fra loro sbucano orti di frutta e verdura senza troppa manodopera umana.
L’isca, se ci passi a piedi d’estate, anche se sei ad un chilometro, la senti, la annusi, la porti addosso come fosse un abito di freschezza. Odora di menta, di basilico, di sedano.
La parola Isca è presente anche in termini che sembrano lontani mille miglia dai suoi primordi. Isca in Gaelico Irlandese, ad esempio, è Uisce che significa ‘acqua’.
Le lingue si miscelano e nella sua anglicizzazione ne fuoriesce il distillato conosciuto al mondo come ‘whisky’ o ‘whiskey’. Mentre ‘iscas’ in portoghese significa ‘esche’.
Se poi dalle scogliere irlandesi si risalta nelle calette mediterranee, qui, nei paesi bianchi, fino a non molti anni fa, si sentiva sempre qualcuno dire: andiamo all’isca!
Era il modo per indicare che si migrava per la giornata verso questi pianori sempreverdi e la loro frescura.
Di tutte le pratiche che si vedevano all’isca una rimane indelebile nella memoria di molti, anche nella mia: la lavorazione dei rami di salice praticata dagli impagliatori di sedie e cesti.
I rami di salice venivano tagliati, rasati e puliti e dopo averli disposti in fascine si portavano in un luogo asciutto e ventilato.
La pratica serviva a togliere umidità ai rami per un periodo di almeno 3 mesi.
Quando arrivava il tempo dell’intreccio, l’impagliatore doveva mettere ammollo le fascine e l’isca, lì dove riaffiorava il fiume, era il luogo d’immersione.
Ancora oggi quando mi capita di sedermi su una sedia impagliata di salici o vedo uno di quei cesti sento il fresco dell’isca trapassarmi la pelle come un brivido antico, primordiale, atavico.
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