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Omicidio di Nada Cella: 29 anni dopo, il processo riapre le ferite di Chiavari

Chiavari, 6 maggio 1996. Una mattina come tante. Nada Cella, 24 anni, arriva puntuale nello studio del commercialista Marco Soracco, dove…

Giulio Ginasci · 2025-05-25 06:23 · 0 claps · 2.8 min read
#giustizia #chiavari #omicidio
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Omicidio di Nada Cella: 29 anni dopo, il processo riapre le ferite di Chiavari

Chiavari, 6 maggio 1996. Una mattina come tante. Nada Cella, 24 anni, arriva puntuale nello studio del commercialista Marco Soracco, dove lavora come segretaria. Poco dopo le 8:00, qualcuno le si avventa contro con una furia inspiegabile: la colpisce ripetutamente alla testa con un oggetto mai ritrovato. Non le lascia scampo. Quando il commercialista e i soccorritori arrivano, per la giovane non c’è più nulla da fare.

Per oltre due decenni il suo omicidio è rimasto senza colpevoli. Poi, nel 2021, la svolta: un riesame delle prove, nuove analisi scientifiche e la testimonianza dimenticata di una donna riaprono il caso. Ora, nel 2025, tre persone sono sotto processo: Annalucia Cecere, Marco Soracco e Marisa Bacchioni.

Una svolta inaspettata

Il caso era finito in archivio. Poi, la criminologa Antonella Pesce Delfino ha deciso di riesaminarlo da cima a fondo. Il suo lavoro ha fatto emergere elementi che gli inquirenti dell’epoca avevano sottovalutato o trascurato: una testimone oculare, i movimenti sospetti di Annalucia Cecere, la presenza di un bottone compatibile con uno rinvenuto sul luogo del delitto e nuove tracce genetiche analizzate con le tecnologie attuali.

Cecere, ex insegnante e amica di Soracco, era già stata ascoltata nel 1996, ma senza mai diventare formalmente sospettata. Secondo la nuova ipotesi investigativa, sarebbe stata spinta da una gelosia ossessiva verso la giovane segretaria. Una delle testimoni, mai sentita allora, afferma di averla vista allontanarsi in motorino subito dopo l’orario del delitto.

Gli imputati

A quasi trent’anni dal delitto, la procura ha portato in aula tre imputati:

  • Annalucia Cecere, accusata di omicidio volontario aggravato. Per l’accusa, è lei l’autrice materiale del delitto.
  • Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, accusato di favoreggiamento per aver mentito durante le indagini.
  • Marisa Bacchioni, madre di Soracco, accusata anch’essa di favoreggiamento. La sua posizione è stata stralciata per motivi di salute.

Soracco ha dichiarato in aula di non avere nulla da nascondere. Ma le sue contraddizioni — come una telefonata all’avvocato in cui parlava di Cecere, nonostante avesse negato di averne discusso con qualcuno — hanno spinto gli inquirenti ad approfondire il suo ruolo.

Un processo atteso da una famiglia ferita

In aula, la madre di Nada Cella ascolta in silenzio, da anni portavoce di una battaglia per la verità che ha attraversato decenni e governi. Ha sempre rifiutato il silenzio, ha scritto lettere, chiesto udienze, sollecitato procure. Oggi si affida alla giustizia.

Il processo, iniziato il 6 febbraio 2025 presso la Corte d’Assise di Genova, proseguirà nei prossimi mesi con l’ascolto di decine di testimoni, l’analisi di vecchi e nuovi reperti, e una domanda che pesa come un macigno: perché Nada è stata uccisa?

Una storia che interroga il sistema giustizia

Raccontare il caso di Nada Cella non è un esercizio di cronaca nera fine a sé stesso, né un tentativo di cavalcare l’onda del morboso. Al contrario, è un atto necessario per accendere ancora una volta i riflettori su un nodo cruciale: le profonde e strutturali inefficienze del sistema giudiziario italiano. Un’indagine chiusa troppo in fretta, prove trascurate, testimoni ignorati, e una riapertura arrivata solo grazie alla determinazione di una criminologa esterna e alla tenacia della famiglia della vittima. È su questi elementi che si deve riflettere. Perché ciò che è accaduto a Chiavari nel 1996 non rimanga un’eccezione, ma diventi un monito su quanto sia urgente e indispensabile riformare un sistema ancora troppo spesso incapace di garantire giustizia in tempi accettabili — e per tutti.

Una memoria che chiede giustizia

Il processo per l’omicidio di Nada Cella è oggi più di un fatto di cronaca: è il tentativo di ricucire una ferita lunga quasi trent’anni, inflitta non solo a una famiglia distrutta, ma anche alla fiducia collettiva nelle istituzioni. Se dalla Corte d’Assise di Genova emergeranno risposte chiare e definitive, non sarà solo la famiglia Cella a ricevere un risarcimento morale. Sarà un segnale — piccolo, ma necessario — che la giustizia, pur con i suoi ritardi e inciampi, può ancora arrivare. E che una società democratica ha il dovere di cercarla, senza mai archiviare la memoria.


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