DRUK: Un brindisi al presente
Una breve recensione di DRUK, film vincitore agli oscar 2020 come miglior film straniero
DRUK: Un brindisi al presente

«Questo premio è per Ida». Così dice Thomas Vinterberg mentre, emozionato, stringe la statuetta dell’Academy come miglior film straniero. Ringrazia commosso con un inglese che non maschera l’accento nordico quando articola le vocali, prende grandi respiri tra una parola e l’altra, ha la voce strozzata. Ci sono film che a volte nascondono molto più di quanto lascino vedere, i cui fotogrammi celano storie sublimate dalla pellicola, la cui creazione diventa catartica. È il caso di Un altro giro, che nasconde il lutto improvviso affrontato dal regista, che quattro giorni dopo aver iniziato le riprese ha perso la figlia in un incidente d’auto. Ida, appena ventenne, non solo doveva essere tra i protagonisti, ma aveva contribuito al progetto con racconti sulla sfrenata cultura alcolica della gioventù danese.
È così che Vinterberg ha deciso di trasformare quel film che inizialmente doveva essere un’ode all’alcol in un’ode alla vita dai toni nordici, la cui chiave di lettura è la voglia di osare superando il proprio limite. Incorniciato dalla filosofia di Kierkegaard — l’intellettuale che meglio incarna il dissidio interiore tra piacere e dovere — il senso del film è sintetizzato in una sua citazione che spezza a metà l’opera: “Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non osare è perdere te stesso”.
Osare o accontentarsi? È questa la vera domanda che si pongono i quattro protagonisti, tutti insegnanti di mezza età con mogli, figli, animali domestici amorevoli, case uscite direttamente dal catalogo Ikea. Hanno vite soddisfacenti, ma è abbastanza? La consapevolezza di restare incastrati nell’ordinarietà li schiaccia, l’unica via di fuga è l’alcol. La trama segue il loro improvvisato tentativo di dimostrare la teoria dello psicologo Finn Skårderud, secondo il quale gli umani dovrebbero mantenere un tasso alcolico pari a 0,05% per vivere meglio, raggiungendo quell’utopico concetto danese dell’hygee, parola intraducibile che rappresenta la pace dei sensi.
L’idea nasce mentre sono a cena. Coperte dalle chiacchiere degli altri presenti, le battute dei quattro si dissolvono nella claustrofobica sala fiocamente illuminata dalle candele. È nel caos che a Martin — interpretato da un magistrale Mad Mikkelsen che abbandona il ruolo del cattivo per accarezzare più sfaccettature — sfugge una lacrima. È l’elemento di rottura che dà il via ad una serie di confessioni mai troppo retoriche (sono pur sempre freddi uomini danesi di mezza età) che li porta a consolarsi con l’alcol. Bere assieme assume in ogni scena toni liturgici, scanditi da azioni rituali che si ripetono identiche, finalizzate al raggiungimento dell’estasi dopo il primo sorso. I risultati dell’esperimento sono strabilianti: il mondo, visto con le pupille dilatate dall’etanolo, ha altri colori, testimoniati anche dal radicale cambio di nuance delle scene che da sfumature fredde presentano tinte più vivide. Ad ogni sorso i rumori che circondano i quattro vengono sostituiti dalla musica classica, con Schubert, Scarlatti, Tchaikovsky. Vinterberg costruisce con maestria una colonna sonora, che riflette il crescente effetto dell’alcol sul corpo seguendo i movimenti delle sinfonie scelte, alla quale corrisponde il bisogno di sfogarsi ballando. I quattro si muovono contorcendosi, sforzandosi di ritrovare la grazia di un tempo. Pare che abbiano riacquistato la gioia di vivere, conquistando una giovinezza che sembrava ormai perduta, riallacciandosi alla citazione di Kierkegaard che apre il film, che recita “Che cos’è la giovinezza? Un sogno”. È un fantasma quello che i quattro amici inseguono, il disperato tentativo di riappropriarsi di un passato felice in un presente noioso, il cui futuro non reggerà le aspettative di un esperimento che finirà in tragedia — o quasi.
La scena finale ha tutte le carte in regola per divenire un cult: la camera segue una danza sfrenata, ricalca l’estasi di un baccanale, che vede la celebrazione della fine dell’anno scolastico, festeggiato dai danesi rigorosamente con fiumi di birra. Martin, dopo aver accennato pochi movimenti durante tutto il film, per la prima volta balla — proprio come faceva da giovane quando prendeva lezioni di danza, come confessa in una scena. È un vero e proprio rituale di purificazione, che non a caso si conclude con un salto nell’acqua, mentre la folla canta *I’m young and alive**, coerentemente allo slancio vitalistico che pervade il lungometraggio.
In bilico tra tragedia e commedia, la pellicola del regista danese non celebra la felicità e non indugia nella tristezza. È un film che resta nel mezzo, ma che invita alla necessità di celebrare il presente, anche quando non sembra essere ciò che si desidera. Un altro giro è una realistica rappresentazione di una vita apparentemente senza senso, priva di un punto d’arrivo — se non la morte, sempre in agguato — ma che offre certezze in un presente dove si alzano i calici per quelli che ci sono e per quelli che non ci sono più. È solo nel presente che si esiste. Non è forse questa una ragione sufficiente per brindare?
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