← Back to list

Non è arrivato il momento di ridurre o eliminare il quorum referendario?

Non c’è dubbio: qualcosa non funziona più. Le urne, un tempo tempio della democrazia, sono diventate luoghi deserti, dove la voce dei…

Giulio Ginasci · 2025-06-09 07:12 · 0 claps · 4.3 min read
#referendum #democrazia-diretta #affluenza
Open on Medium ↗

Non è arrivato il momento di ridurre o eliminare il quorum referendario?

Non c’è dubbio: qualcosa non funziona più. Le urne, un tempo tempio della democrazia, sono diventate luoghi deserti, dove la voce dei cittadini fatica a farsi sentire. In Italia e in gran parte dell’Occidente, il dato è impietoso: alle elezioni europee del 1979 andò a votare il 67,2% degli aventi diritto, un picco di entusiasmo per un’istituzione “ancora giovane”. Oggi, a distanza di quarant’anni, non superiamo stabilmente il 50%. Nel nostro Paese, nel 2018 votarono il 72,94% degli elettori; nel 2022 ci siamo fermati al 63,85%. È come se una coltre di indifferenza avvolgesse i seggi, trascinando con sé motivazione, dibattito, persino la speranza.

Quando si tratta di referendum, la miscela si fa esplosiva: dal 1997 a oggi, solo uno su nove ha visto almeno la metà più uno degli elettori alle urne. L’ultimo, quello sulla riforma della giustizia del giugno 2022, ha registrato un’affluenza inferiore al 16%. E nel referendum sul Jobs Act dell’8–9 giugno 2025, dopo la prima giornata ha votato appena il 22,73% degli aventi diritto, con regioni come Calabria e Sicilia sotto il 20% e la “virtuosa” Toscana intorno al 25%. Un flop annunciato, che lascia inascoltata la voce di chi si è informato, si è mobilitato, ma resta impotente davanti al fatidico “50% + 1”.

Le ragioni di questa crisi sono molteplici e si intrecciano tra loro. C’è anzitutto la sfiducia nelle istituzioni: meno del 30% degli italiani crede che il Parlamento rifletta davvero la volontà popolare, sentendosi tradito da promesse disattese e da scandali ricorrenti. Ma questa disillusione, se da un lato dimostra un elettorato più critico, dall’altro rischia di tradursi in un rifiuto pregiudiziale del voto. Il sentimento che “tanto non cambia nulla” si fa largo, anche tra chi votava con convinzione solo qualche anno fa.

Accanto alla sfiducia, emerge un fenomeno definito di “impegno liquido”: un attivismo frammentato che si esprime con un click, un like o un hashtag, ma che fatica a tradursi in forme di partecipazione strutturata come il voto. I Millennials e la Generazione Z, nativi digitali, sono più inclini a proteste online e petizioni sociali che all’impegno “fisico” del recarsi al seggio, con automatismi di cashback o smartphone che, paradossalmente, semplificano la vita ma frammentano il nostro senso di comunità. Il risultato è un disallineamento tra tempi della politica — lenti, noiosi, pieni di dettagli tecnici — e orizzonti di attenzione di chi è abituato a stimoli rapidi e continui.

Un ulteriore fattore è la complessità dei quesiti referendari. Quando ai cittadini viene chiesto di pronunziarsi su commi specifici di leggi complesse, si crea un muro di incomprensione: quanti hanno tempo, voglia o competenze per districarsi tra articoli, modifiche e norme tecniche? La percezione di trovarsi di fronte a un linguaggio ermetico, spesso riservato agli addetti ai lavori, scoraggia i meno preparati e li spinge verso il disinteresse.

E poi c’è la tattica del boicottaggio: invitare all’astensione non è vietato, anzi diventa presto una strategia praticata da forze politiche o interessi di parte, decise a far fallire il quorum. Se basta che il comportamento di rifiuto di una frazione numericamente minore impedisca la validità del referendum, il risultato è un circolo vizioso: i sostenitori, dopo un primo sforzo di mobilitazione, si demoralizzano e rinunciano, mentre i “boicottatori” spingono per il secondo turno di astensione. Il mancato raggiungimento del quorum non viene percepito come un fallimento comune, ma come la vittoria tattica di una corrente sul resto della cittadinanza.

Oltre i confini nazionali, però, si respirano atmosfere diverse. In Germania i referendum federali non prevedono quorum: ogni cittadino partecipa se e quando lo desidera, dando forza e legittimità a ogni consultazione effettivamente espressa. In Estonia, con il voto elettronico introdotto nel 2005, la partecipazione è cresciuta tra i più giovani e i segmenti digitalizzati della popolazione. In Svezia e Danimarca, il quorum è modulato a seconda dell’importanza del tema: più basso per questioni ordinarie, più alto per quelle costituzionali, ma sempre accompagnato da campagne informative capillari e da un’efficace copertura mediatica.

Eppure, in Italia, il quorum resta intoccabile. Non perché esista una ragione tecnica che lo renda indispensabile, ma perché la classe politica al potere non ha alcun interesse a metterlo in discussione: la democrazia diretta, se davvero funzionasse, potrebbe sottrarre potere ai partiti e ai leader, riducendo spazi di manovra e capacità di controllo. È una realtà scomoda, ma purtroppo incontrovertibile: la riforma del quorum non è mai in cima all’agenda dei parlamentari, troppo impegnati a difendere le proprie posizioni.

Se il cambiamento non può venire dall’alto, deve scaturire dal basso. Serve una vera mobilitazione popolare, un’ondata di cittadinanza attiva capace di rivendicare con forza il diritto a scegliere senza barriere artificiali. I giovani, le associazioni civiche, i gruppi territoriali e le reti di volontariato dovrebbero farsi promotori di petizioni nazionali e iniziative di informazione nei quartieri, scuole e università. È necessario costruire un fronte inclusivo, che superi steccati ideologici e coinvolga chiunque creda che la voce dei cittadini non possa restare muta per colpa di una soglia anacronistica.

Ma chi può assumere questo ruolo di guida? È questa la domanda aperta che grava su di noi. Quale soggetto ha la visione e la credibilità necessarie per coordinare un movimento di tal portata? Forse servirà un nuovo soggetto politico-culturale, capace di dialogare con la società civile senza ambizioni di potere fine a se stesso. Forse sarà un’alleanza tra sindacati, università e movimenti giovanili a fare da volano. O forse saranno gli stessi cittadini, attraverso piattaforme di partecipazione orizzontale, a organizzarsi in modo spontaneo e diffuso.

Una cosa è certa: senza un impulso collettivo, la democrazia diretta rischia di restare un’illusione. Ogni referendum fallito per pochi punti percentuali è un’occasione sprecata, un’occasione di cambiamento che sfuma. Se non agiamo ora, rischiamo di consegnare alle generazioni future un sistema democratico sempre più formale e sempre meno sostanziale. È il momento di spezzare la spirale dell’indifferenza, di restituire dignità al voto e di dimostrare che la partecipazione non è un lusso, ma il cuore pulsante di ogni democrazia che si rispetti. Una sfida ambiziosa, forse la più grande che ci troviamo davanti oggi, che attende solo di essere raccolta.

Riferimenti

  • Commissione di Venezia, Rapporto sui quorum referendari in Europa, 2021
  • Eurobarometro, Trust in Institutions Survey, primavera 2024
  • Istituto Cattaneo, Affluenza alle elezioni politiche italiane 1946–2022, 2023
  • European Parliament, Voter Turnout Statistics, 2019
  • Swissinfo, “Referendum turnout: strategies and consequences”, 2022
  • Sociologia Politica, “Impegno civico e nuove generazioni”, vol. 15, 2020

메타데이터
post_id
ffb7b87cbea4
slug
non-è-arrivato-il-momento-di-ridurre-o-eliminare-il-quorum-referendario-ffb7b87cbea4
url
https://medium.com/@giulio.ginasci/non-%C3%A8-arrivato-il-momento-di-ridurre-o-eliminare-il-quorum-referendario-ffb7b87cbea4
canonical_url
https://medium.com/@giulio.ginasci/non-%C3%A8-arrivato-il-momento-di-ridurre-o-eliminare-il-quorum-referendario-ffb7b87cbea4
author_url
https://medium.com/@giulio.ginasci
status
ok
fetched_at
2026-08-16 14:44:28