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Perché vivere una vita senza senso?

E se la vita non avesse alcun significato?

Gianluca Salini · 2026-08-29 17:03 · 1 claps · 7.4 min read
#filosofia #albert-camus #esistenzialismo #letteratura #libri
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Perché vivere una vita senza senso?

E se la vita non avesse alcun significato?

Non è di certo una domanda che ci poniamo ogni mattino. La quotidianità è talmente rumorosa che ci impedisce di ascoltare certe domande.

Alcune volte, però, tutto si ferma. Succede magari guardando fuori dalla finestra. Imbottigliati nel traffico. Nelle notti in cui il sonno non sembra voler far capolino. Nelle sere d’estate passate tra amici. La mente comincia a fare domande che, nel caos giornaliero, abbiamo con accuratezza evitato.

Qual è il senso di tutto questo?

Lavoriamo, studiamo, amiamo, soffriamo e continuiamo a ripetere gli stessi gesti ogni giorno. Ma soprattutto, quando sul palcoscenico della nostra vita calerà il sipario, sarà una salvezza o una disgrazia?

È da questa domanda che prende vita il capolavoro filosofico di Albert Camus: Il mito di Sisifo.

Il saggio è uno delle pietre miliari che ci ha lasciato il Novecento, esso affronta un problema che riguarda ogni essere umano: il rapporto fra il nostro bisogno di trovare un significato e la totale indifferenza del mondo a questa esigenza.

La frattura in questione viene presentata da Camus come: L’assurdo. Un assurdo che non va banalmente inteso come privazione di senso. È qualcosa che ci rende ancora più inquieti.

L’essere umano chiede, il mondo non risponde. Dal silenzio terreno nasce la filosofia di Camus.

L’unica domanda seria della filosofia

La provocazione con cui l’autore franco-algerino apre il saggio è pungente: l’unico problema della filosofia veramente degno di nota è il suicidio.

La frase potrebbe apparire estrema, perché partire proprio dal suicidio?

Qui non si sta parlando del solo suicidio come fenomeno psicologico e sociale. La domanda è quasi una conclusione teoretica: se una persona arriva alla conclusione che la vita non possiede alcun significato quanto senso ha continuarla a vivere?

Se tutto è così assurdo, dunque perché vivere?

Questa non è una questione che mira alla celebrazione della morte, ma volge a una questione opposta: come posiamo continuare a vivere dopo aver scoperto che il mondo non ci da mai una risposta definitiva?

Sarebbe relativamente facile vivere se sapessimo con certezza che la nostra vita ha uno scopo universale.

Soffro, sì, ma ne vale la pena.

Lavoro, sì, ma tutto ciò mi ritornerà utile.

Morirò, sì, ma avrò preso parte ad un progetto molto più grande.

L’uomo che rimane solo davanti alla propria esistenza che garanzie ha?

Il mondo che non risponde.

L’essere umano ha bisogno di ordine, di razionalità. Quando accade qualcosa d’istinto ci domandiamo “perché?”

È una delle caratteristiche della nostra mente. Il problema nasce quando applichiamo questo istinto al mondo nel suo complesso.

Perché esistiamo? Perché proprio qui? Qual è lo scopo dell’universo?

La scienza può ammortizzare molte di queste domanda descrivendoci un funzionamento. L’essere umano e il significato delle sue domande non possono essere racchiusi in una formula.

L’uomo desidera un universo comprensibile, al contrario l’universo non sembra avere alcun desiderio.

Non ci odia, non ci ama, non ci giudica. È semplicemente lì, resiste, statuario, ai colpi del tempo. In ciò non c’è nulla di tragico, è solo la pura oggettività della condizione umana dinanzi all’indifferenza del cosmo.

Il problema non è situo nella condizione di pena, ma nel fatto che la condanna della nostra specie viene da noi stessi. Non accettare l’indifferenza dell’universo rende la frattura assurda.

L’assurdo non è nel mondo

Comprendere Camus significa passare per questo punto.

L’assurdo non appartiene esclusivamente né all’uomo né al mondo, nasce dal loro incontro. Dalle loro interazioni.

Una pietra che non risponde alle domande di un uomo non è assurdo, semplicemente non parla. L’uomo pretende un atteggiamento da qualcosa che non può offrirgli una risposta.

L’assurdo sta proprio in questa incompatibilità di fondo. Da una parte l’innato desiderio umano di ricercare un ordine, dall’altra c’è un mondo che non sembra possedere un significato prestabilito.

Camus non tenta in alcun modo di risolvere tale tensione, vuole insegnarci ad accettarla, ad accoglierla, a viverci dentro.

La tentazione di trovare una risposta

Pur riconoscendo l’assurdo l’essere umano cerca a tentoni una soluzione.

Una delle possibilità createsi nel tempo è la religione. Se il mondo non possiede un significato autoevidente si può immaginare che esista comunque qualcosa, una trascendenza, che non siamo in grado di vedere.

Dio diventa la risposta al silenzio dell’universo. Camus rifiuta la soluzione.

Non tenta di sfaldare la teoria teologica in maniera scientifica, la questione è diversa. Secondo Camus introdurre una certezza, seppur trascendente, per risolvere l’assurdo significa solo accantonare un problema che stavamo cercando di affrontare.

Come quando, da bambini, quando ci ponevano una domanda a cui non sapevamo dare risposta semplicemente inventavamo. La storia delle civiltà che ci hanno preceduto è costellata di miti. Storie che hanno caratterizzato dei popoli che cercavano risposte a domande troppo avanzate per il loro tempo.

Camus chiama questo approccio al problema dell’assurdo: suicidio filosofico.

Non è un suicidio vero e proprio ma in qualche modo si sta comunque rinunciando a qualcosa, alla propria capacità di confrontarsi con un tema che ci appartiene.

L’essere umano è scomodo, brancola nell’incertezza. Ma rifugiarsi in una certezza assoluta e immanente non è la soluzione.

Per Camus l’uomo deve guardare il vuoto e accettarlo come tale, non è un buco da riempire.

Vivere senza condanna

A questo punto la filosofia di Camus potrebbe farci rimanere solo con un pugno di sabbia fra le mani, granelli che sfuggono via dalle mani e lasciano briciole.

Se un significato universale non esiste, se Dio non è abbastanza per giustificare tutto questo, che cosa ci rimane dunque?

Rimane la vita. È questa la direzione del pensiero di Camus. La vita è la soluzione.

La consapevolezza dell’assurdo non deve portare sulla strada della rinuncia, deve condurre alla rivolta.

La parola non è casuale. L’essere umano assurdo, quello che abbraccia la sua condizione, riconosce che non esiste una risposta definitiva ma comunque decide di vivere.

Non vive aspettando, non vive nella ricerca, vive e basta. Vive nella sua sofferenza, nell’amore, nel desiderio, nella conoscenza, nell’oblio di una risposta sperata e mai soddisfatta. Continua a farlo finché tutto ciò non finirà. La libertà di Camus si veste di un nuovo volto.

Se non esiste un significato allora smettiamo di cercarlo.

Non si crogiola tantomeno nell’ottimismo, nessuno mi può promettere che tutto andrà bene. La rivolta è qualcosa di molto più arduo. È vivere senza garanzie. È scegliere la vita perché essa stessa, nel momento in cui viene vissuta, è sufficiente.

È l’essere umano per come ce lo ha rappresentato Zarathustra, l’uomo che ama la vita nonostante tutto, quello che morde il serpente per la testa.

Camus, in questo senso, è molto più libero di chi vive inseguendo domande vuote.

Sisifo

Il simbolo di questo sistema descritto da Camus è Sisifo, uno dei miti più celebri dell’antica Grecia.

Sisifo è condannato dagli dei a spingere un enorme masso fino alla cima di un monte. Ogni volta che raggiunge la cima, però, la pietra rotola nuovamente verso valle. Sisifo deve ricominciare, per l’eternità. Sisifo è costretto in questa centrifuga, senza conclusione, senza progresso, senza risultati. Pura ripetizione fatta di spinte, cadute e nuovi inizi.

La condizione umana è perfettamente racchiusa nella figura di Sisifo. Una vita fatta di ciclicità, di obiettivi da raggiungere. Ci laureiamo, troviamo lavoro, compriamo casa, ma ad ogni nuovo traguardo ne fa capolino un altro. Guardiamo la nostra pietra rotolare verso il basso e tutto ricomincia come se niente fosse mai iniziato.

“Bisogna immaginare Sisifo felice”

Questa è la frase diventata icona del Novecento, ed è anche quella che chiude il libro.

Perché quindi dobbiamo immaginare Sisifo felice? Come può essere felice un essere umano condannato a questo supplizio universale.

La risposta sta nella reazione di Sisifo alla sua pena. Camus immagina Sisifo che, scendendo la montagna, ammira la vista con il sorriso sul volto. Sisifo è diventato padrone della sua condizione, è consapevole. Non si aspetta la pietà degli dei né tantomeno pensa che la pietra un giorno smetta di rotolare.

È agli dei che appartiene la montagna, ma solo a Sisifo appartiene il modo in cui lui stesso la guarda. Gli dei hanno segnato il suo destino ma non il valore che attribuisce alla sua condizione.

Sisifo è il più libero degli uomini, vive la sua vita nonostante tutto, la sua felicità deve essere linfa vitale per tutti noi.

La felicità di Sisifo

La felicità che Camus pensa per Sisifo non è la felicità che comunemente associamo ad un’esperienza piacevole.

Sisifo è felice perché non ha bisogno di giustificazioni, non ha bisogno di conferme altrui, vive di sé stesso e per sé stesso. Non spera che tutti i suoi sforzi portino un risultato, è sufficiente vivere di qualcosa, anche solo di una pietra che rotola.

La condanna diventa opportunità. Se la vita è assurda smettiamo di pretendere cose assurde, si può vivere anche senza permessi.

La proiezione del presente

Leggere Il mito di Sisifo ci fa proiettare immediatamente il suo significato ai nostri giorni.

La società ci impone di avere degli obiettivi, di essere liberi. Siamo degli automi che devono produrre, migliorare fino allo sfinimento e reinvestire tutti i nostri sforzi. Ci vendono l’illusione che tutti ce la possono fare, la bella favola della meritocrazia, solo per farci diventare sempre più redditizi come singoli.

Raggiungiamo l’obiettivo, poi la pietra torna a valle. Ma forse il problema non è spingerla di nuovo. Il problema è che siamo felici solo in cima. Dobbiamo invece vivere anche nella salita, sorridere come Sisifo nella discesa.

Solo così riusciamo a vivere e a non essere vissuti.

Vivere significa consapevolezza, la più grande ribellione dell’essere umano. Ad un sistema che ci vuole cechi, stolti e ignoranti dobbiamo rispondere con il fuoco della conoscenza, dell’autodeterminazione. Magari non vivremo meglio, ma almeno lo faremo con la nostra testa.

La risposta di Camus

Camus non ci impacchetta una risposta sul senso della vita, fa qualcosa di molto più indigesto. Ci insegna a vivere senza risposte, solo di noi stesi e delle cos che possiamo toccare e osservare.

Non è una svalutazione del mondo, è solo che il valore non ci viene consegnato già pronto. Non esiste un universale semplicemente da scoprire, costruiamo significati attraverso ciò che viviamo.

Niente di ciò di cui abbiamo esperienza deve essere eterno affinché sia importante. Un tramonto, un’alba, non perdono valore perché durano poco, anzi forse le si apprezza proprio per la loro fugacità.

Una vita non perde valore solo perché un giorno smetteremo di essere, anzi, è proprio questo limite che la rende preziosa.

Camus quindi non vuole parlare di morte ma di vita. La conclusione è che non c’è niente da risolvere nell’assurdo, va solamente vissuto, accettato, abbracciato. È parte di noi e dell’universo in cui viviamo, è parte della nostra interazione con la terrestrità degli oggetti che ci circondano.

Non dobbiamo aspettare che qualcuno ci dia una risposta, dobbiamo riempire il tempo che abbiamo a disposizione. Scegliere di esserci, di esistere, di far parte del divenire di questo universo, è la rivolta.

Noi come Sisifo spingiamo la pietra, ripetiamo gesti, ricominciamo, perdiamo, ci disperiamo, amiamo. Ma tra una salita e l’altra c’è qualcosa di cui nessuno ci può privare, nemmeno gli dei: la possibilità di scegliere come vivere.

Per Sartre questa è la condanna dell’essere umano : “l’uomo è condannato ad essere libero”. Per Camus la rivoluzione sta nell’abbracciare questa libertà.

Ma la nostra pietra è di nuovo ricaduta in basso, invece di condannare la gravità dovremmo pensare solo ad una cosa: Sisifo felice.


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