L’immaginario algoritmico: esplorare gli effetti ordinari degli algoritmi di Facebook
Bucher si ripropone di analizzare varie situazioni durante le quali gli utenti acquisiscono consapevolezza circa la logica algoritmica
L’immaginario algoritmico: esplorare gli effetti ordinari degli algoritmi di Facebook
L’articolo di Taina Bucher, ricercatrice in Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, si ricollega alla tradizione più recente dei *Cultural Studies* che si interroga sul modo in cui le persone comuni si rapportano con i media e su come i media sono influenzati dall’utilizzo dei propri fruitori.
Nello specifico, Bucher si ripropone di analizzare varie situazioni durante le quali gli utenti acquisiscono consapevolezza circa la logica algoritmica che governa il news feed della home di Facebook, al fine di comprendere in che modo le persone percepiscano gli algoritmi come parte della propria vita quotidiana, quali stati d’animo si generino a seguito dell’incontro utente-algoritmo e in che modo tali stati d’animo plasmino l’algoritmo stesso.
Per indagare la dimensione affettiva e la percezione degli algoritmi, l’autrice ha utilizzato il servizio di *microblogging di Twitter, cercando parole chiave come “Facebook algorithm”, “algorithm AND Facebook”, “algorithm AND weird”, “algorithm AND creepy”, “algorithm AND great*”… che le hanno permesso di mettersi in contatto con gli utenti che avevano twittato circa l’algoritmo di Facebook, chiedere loro cosa li avesse portati a scrivere quel tweet e quale consapevolezza avessero circa il funzionamento degli algoritmi di Facebook.

Photo by: Unsplash.com IPhone X beside MacBook foto — Immagine gratis di Facebook su Unsplash consultato il 12/06/2024
Prima di illustrare i risultati dell’analisi, è necessario comprendere cosa si intende per algoritmo. Pur non esistendo una definizione univoca di algoritmo, poiché cambia in base alla disciplina che se ne occupa, possiamo definirlo come una ricetta computazionale, ovvero come una serie di regole, un set di istruzioni per risolvere un problema. In sociologia, però, il termine assume un significato più ampio. Bucher stessa riprende il pensiero del sociologo David Beer (2013) che parla di potere materiale degli algoritmi, poiché in grado di modificare il funzionamento di una data piattaforma in modi non previsti dalla piattaforma stessa grazie all’unione di agency umana e macchina.
Bucher estende la definizione di Beer coniando il termine “immaginario algoritmico”, facendo riferimento al modo in cui le persone immaginano, percepiscono e sperimentano gli algoritmi. Gli algoritmi possiedono la capacità di influenzare ed essere influenzati; nel caso specifico di Facebook, nessuno sa davvero come funzionano gli algoritmi, eppure gli effetti che hanno sulla vita degli utenti sono reali. Da questo punto di vista l’articolo riporta diversi casi concreti. Ad esempio, la studentessa ventitreenne Kayla (pseudonimo) dopo aver cancellato il suo abbonamento in palestra a causa di difficoltà economiche, essersi iscritta a siti di incontri online e aver cercato decorazioni per la cameretta come regalo per un baby shower, si lamenta su Twitter delle forme di profilazione algoritmica di Facebook. Sul feed, le appaiono solo pubblicità di palestre, app di incontri e app relative alla gravidanza, a tal punto da far pensare a Kayla che gli algoritmi di Facebook l’abbiano etichettata come grassa, incita, al verde e single. Tutto questo le sembra offensivo, poiché Facebook sembra ricordale di continuo solo aspetti della propria vita che vorrebbe dimenticare.
Un altro utente di Facebook ha testimoniato su Twitter l’esistenza di momenti “Whoa”, ovvero momenti spiazzanti in cui, ad esempio, appare la pubblicità dello stesso caffè che si sta bevendo mentre si scrolla distrattamente il feed, dando l’impressione che gli algoritmi sappiano cosa stiamo facendo.
Ancora, un grande difetto sorge nel momento in cui il news feed di Facebook non è sincronizzato con gli interessi della persona che scrolla i post. È successo a Lena (altro nome fittizio), che presume sia dovuto al fatto che la maggior parte delle sue amicizie su Facebook risalgono alle superiori, quando viveva nel Texas rurale. Da allora sono passati anni, lei si è trasferita a New York e ha cambiato gusti, interessi e idee politiche. Questo caso specifico ci permette di riflettere sul fatto che gli algoritmi di Facebook non sembrano percepire il mutamento che avviene nella vita degli utenti, e soprattutto ci fa riflettere sulle aspettative che gli utenti hanno circa le capacità di adattamento degli algoritmi e sul senso di frustrazione e agitazione che ne deriva.

Photo by PixaBay.com, https://pixabay.com/illustrations/artificial-intelligence-ai-algorithm-7730758/, consultato il 12/06/2024.
Un caso-studio particolarmente interessante è quello riferito alla storia di Michael, musicista indipendente che cerca di promuovere le sue canzoni tramite Facebook. Oltre a testimoniare il modo in cui i media permettono la nascita di microcelebrità, permette di riflettere sul “gioco di popolarità” che nasce all’interno dei social networks. Su Twitter Michael manifesta il suo disappunto nei confronti degli algoritmi di Facebook perché, nonostante si vanti di aver compreso quali sono i momenti della giornata perfetti per pubblicare e ricevere più interazioni, i suoi post non vengono mostrati agli altri utenti. Michael è arrivato a sospettare che Facebook mostri soltanto i post sponsorizzati ed è frustrato, perché sa che la sua vita lavorativa è in balìa degli algoritmi.
La vicenda di Michael è significativa, perché ci mostra quanto gli algoritmi influenzano il modo in cui Facebook viene utilizzato. Gli utenti hanno modificato il loro modo di usare Facebook per adeguarsi o per far “funzionare meglio” gli algoritmi, ad esempio programmando un post un giorno specifico a un orario specifico per ricevere più likes, cliccando su un post consapevolmente per far sì che più argomenti correlati compaiano nel proprio feed o nascondendone altri.
Per concludere, tutte queste interviste hanno confermato che, anche implicitamente, Facebook a differenza di altre piattaforme richiede una certa conoscenza delle logiche algoritmiche sottese e che, ancor più che in altri casi, gli utenti cercano di immaginare il modo in cui tali algoritmi funzionano. L’immaginario algoritmico non si limita a descrivere i modelli mentali che gli utenti creano, descrive anche il modo in cui le persone si sentono quando entrano in contatto con gli algoritmi. Tenendo presente che gli algoritmi sono sempre più frequenti nella vita di ognuno di noi, per capirne davvero l’essenza e l’utilità non si può continuare a studiare solo il modo in cui funzionano (dando importanza all’aspetto “matematico”), bisogna allargare lo sguardo e comprendere che gli individui sono totalmente immersi negli effetti degli algoritmi e iniziano ad esserne consapevoli; pertanto, bisognerebbe continuare a studiare i modi in cui utenti e algoritmi si influenzano vicendevolmente. Il primo passo potrebbe proprio essere quello di continuare a sviluppare il concetto di “immaginario algoritmico”.
Saggio tratto da: Bucher, T., 2017, “The algorithmic imaginary: exploring the ordinary affects of Facebook algorithms”, Information, communication & society, 20(1), p.30–44.
메타데이터
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